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MADDALONI- Sul ponte sventola la bandiera bianca, canterebbe il maestro Battiato. Zero dichiarazioni, zero interesse e bocche cucite. La più grande azienda del territorio, nel bene e nel male, si sta giocando il futuro e nessun partito (ad eccezione del Pd, nessun movimento e nessun consigliere comunale sempre prodighi di post e selfie) osa cimentarsi con un problema vero. Gli annunci hanno molti padri e tante madri. I problemi serissimi sono orfani o quasi. Innanzitutto, i fatti. Prolungati a otto settimane gli ammortizzatori sociali scaduti lo scorso 30 giugno. I 45 dipendenti dello stabilimento Colacem di Maddaloni, che si avvia ad un nuovo piano di ridimensionamento del personale, hanno solo due mesi si sicurezza. Dal 16 settembre, si saprà se il centro di macinazione chiuderà (come è già accaduto allo stabilimento gemello di Spoleto) o se diventerà un semplice punto vendita. Un retrocessione ad area di smistamento e commercializzazione del cemento al servizio del bacino produttivo strategico della Campania e dei cantieri aperti delle grandi opere. Non si parla più di piano industriale: i sindacati confederali puntano, con l’avallo del Mise (Ministero dello sviluppo economico), ad ottenere l’accoglimento della condizione di area di crisi e estensivo di 52 settimane di ammortizzatori sociali. Ridotte al lumicino le speranze di riscrivere il «Piano sociale» per un incentivo-bis alla mobilità del personale in esubero. L’attualità, invece, è dominata dall’esplosione dei costi ambientali e della gestione delle quote di anidride carbonica legata alla produzione di clinker. Il gruppo Financo (a cui appartiene Colacem) ha presentato un bilancio consolidati (anno 2020) con indici in miglioramenti nonostante le ricadute della pandemia. Ma sulla produzione del cemento gravano gli incrementi dei costi ambientali della produzione del clinker (la componente base del cemento). Condizione che ha causato la chiusura del centro di macinazione di Spoleto e minaccia il futuro di Maddaloni.