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MADDALONI- Silenzio, si licenzia. E’ vietato parlare di lavoro nel territorio con oltre 2500 percettori di reddito di cittadinanza e dei frequentatori di parrocchie, caritas e banchi alimentari di tutti i tipi. Il lavoro è un tabù ovvero quella cosa per la quale ti alzi la mattina, fai una attività, vieni pagato e metti insieme con dignità e schiena diritta pranzo e cena. Avete visto l’ultimo consiglio comunale la “singolar tenzone” sull’antimafia a colpi di toponomastica? Si è parlato giustamente e liberamente di tutto. Di tutto o quasi, ma non una parola, nemmeno un attestato di solidarietà, per i 45 licenziamenti e la nuova proclamazione dello «stato di crisi aziendale per cessata attività» presso la Colacem. E di comunicati stampa che intasano le caselle di posta elettronica? Nemmeno l’ombra. Eppure basta uno starnuto perché qualcuno rivendichi di aver starnutato bene per il benessere del territorio. Quando ci sono i problemi non c’è dibattito politico e dove si dibatte di politica si dribblano i problemi reali. La politica che si fa su facebook non è politica ma chiacchiericcio virtuale. Torniamo alla realtà, quella dura e pura. Domani, dopo la chiusura dell’altoforno, alla «Maddaloni Cementi S.r.l.» ovvero lo stabilimento interamente controllato dalla Colacem, sarà ufficializzata la chiusura pure l’attività del centro di macinazione. Tutto si trasforma in lettere di licenziamento per 45 dipendenti. Resterebbe aperta solo l’area vendita: il gigantesco impianto diventerà un deposito di cemento al servizio del mercato regionale per soli cinque addetti. Attivi e operativi solo i sindacati. Fillea-Cgil e Filca-Cisl lavorano a tre opzioni: licenziamenti con incentivo, trasferimento in altri centri del gruppo Colacem (Arezzo, in Puglia o in Lombardia) o ricollocazione professionale tramite agenzia. Si punta ad una riedizione di un nuovo piano sociale. Per tutti, ci saranno nove mesi di cassa integrazione.