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Apprendo dalla stampa che il nostro Padre Vescovo, dopo appena due anni, verrà trasferito altrove. La nostra diocesi, forse una delle più sfortunate e bistrattate con un patrimonio che giorno per giorno va sempre più in rovina, con mancanza di vocazioni ecc. ecc., con la sua partenza, sicuramente aggraverà di più la situazione attuale. Leggevo da qualche parte che la nostra diocesi non è una realtà civile, funzionale, ma rientra nella realtà del mistero della Chiesa. È una porzione del popolo di Dio in un territorio definito. L’ecclesiastico, che viene nominato vescovo e ha preso la responsabilità di questo popolo di Dio, deve essere bene consapevole dell’impegno che viene a lui affidato dall’autorità suprema che è il Papa. È il papa che nomina i vescovi, non il prefetto, non la Congregazione. Quando è stato nominato Vescovo doveva essere per il popolo di Dio un padre e un pastore. E padre lo si è per sempre. E così un vescovo, una volta nominato in una determinata sede, in linea di massima e di principio deve rimanere lì per sempre. Sia chiaro è consuetudine che tra vescovo e diocesi viene raffigurato anche come un matrimonio e un matrimonio, secondo lo spirito evangelico, è indissolubile. Il nostro Padre Vescovo, spero tanto che non ha fatto altri progetti personali. Forse ci sono o ci possono essere motivi gravi, gravissimi, per cui l’autorità decida che il vescovo vada, per così dire, da una famiglia ad un’altra. Nel fare questo, l’autorità, dovrà tenere presente numerosi fattori, e tra questi non vi è certo l’eventuale desiderio di un Vescovo di cambiare sede per una carriera più soddisfacente, ovvero per una nuova promozione. Sfogliando tra i testi religiosi ho trovato un pensiero di Sant’Alfonso che ha sentito il bisogno di ripetere la ratio della proibizione: «La ratio di questa indissolubilità naturale è che altrimenti ne scaturirebbero innumerevoli inconvenienti. Innanzitutto perché i vescovi verrebbero a mancare di amore per le loro Chiese, e inoltre quelle stesse Chiese non potrebbero essere rette bene se i vescovi cambiassero spesso» (ibidem, 104). La capisce anche un bambino questa ratio. Poi i tempi sono di nuovo cambiati. A che punto stiamo oggi nei corsi e ricorsi della storia?