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Cementir
Nel passato ho scritto fiumi di parole per la chiusura dell’impianto maddalonese, gestito dalla famiglia Calatagirone. Una famiglia che ha deturpato e ha fatto soldi azzuffunn cavando la nostra bellissima collina. Ho partecipato a decine di assemblee e manifestazioni per la sua chiusura. Ho avuto la fortuna di incontrare e trascorrere ore ed ore con persone come Enzo del Giudice. Sempre nel passato, più di una volta, mi sono trovato in difficoltà con i vertici del mio ex partito e sindacato, che mi invitavano ad avere una linea più morbida nei confronti dei vertici aziendali. Le mie battaglie erano sempre riferite, si alla chiusura degli impianti, ma solo dopo aver dato un futuro occupazionale ai dipendenti. Mi ricordo le parole di Del Giudice, mi diceva, Carlo i dipendenti sono i primi ambientalisti, sono loro che garantiscono per primi che tutto funzioni alla perfezione, infatti in caso di inquinamento i dipendenti sono i primi ad essere colpiti. Come faccio a non dimenticare queste parole? Molti studi sono stati fatti nel verificare se questo impianto inquinava o meno. Illustri universitari, grandi convegni, studi epidemiologici, denunce, manifestazioni ma alla fine tutto in una bolla di sapone.
Noi cittadini normali ci interessiamo di questo impianto e ne parliamo animatamente solo quando arrivano notizie di licenziamenti dei dipendenti. Questo ricatto della famiglia dei calatagirone arriva ogni tanto che arriva una scadenza o la richiesta di qualche variante.
La politica nel passato, l’ho scritto più di una volta, si è venduta per un piatto di lenticchie. Più di una volta ho assistito a consigli comunali, dibattiti e manifestazioni varie. Letto e riletto documenti che si è scritto di tutto e di più. Promesse e promesse in cambio di nuove concessioni, ne voglio ricordare una su tutte, il recupero della scalinata che va al santuario.
Ma veniamo ai giorni nostri, si parla di licenziamenti di padri di famiglia, si parla dell’assenza della politica che non riesce a dare risposte, qualcuno sotto voce riparla di inquinamento dopo un periodo di silenzio, ma nessuno più parla di riconversione o di deturpazione del territorio. Oggi tutti riconoscono che c’è un’emergenza ambientale, allora mi chiedo e vi chiedo perché non iniziamo insieme una riconversione economica? Non troviamo risposte, e ognuno in questo silenzio metta quel che vuole. Gli studi più avanzati parlano in trent’anni la vita media di una cava che, una volta esaurita, può continuare a rappresentare una ferita nel paesaggio e nell’ambiente circostante. Oppure no.
In Italia già ci sono molti esempi di cave e miniere dismesse trasformate in parchi naturali, percorsi turistici e didattici, osservatori panoramici e dedicati al birdwatching. Molti ex cantieri per l’estrazione di materie prime, sottoposti a recupero ambientale, hanno infatti riacquistato valore e ora contribuiscono alla conservazione della biodiversità locale. Un esempio su tutti per farvi un esempio di recupero, è quello dell’ex sito estrattivo nel comune di Guiglia, in provincia di Modena che oggi ospita un impianto fotovoltaico da oltre 6 Mw su un’area di oltre venti ettari nell’ex sito estrattivo che è stato completamente trasformato in sito di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile, utilizzando infrastrutture già esistenti. L’impianto è entrato in esercizio nel secondo quadrimestre 2011 e contribuisce a soddisfare il fabbisogno energetico corrispondente al consumo annuale di circa 2.000 famiglie evitando l’immissione in atmosfera di circa 5.000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. Il termine conversione ecologica è stato introdotto quasi trent’anni fa da Alex Langer, una figura straordinaria di militante ambientalista, pacifista e rivoluzionario, per sintetizzare il percorso necessario per ricondurre l’attività e la convivenza umane entro i limiti della sostenibilità sociale e ambientale. Per salvare l’occupazione, riaprire le assunzioni, rendere accettabile l’ambiente di lavoro, valorizzare l’esperienza e le conoscenze del personale tecnico e operaio, ma anche una parte consistente degli impianti e delle attrezzature esistenti, occorre passare a nuove produzioni. E tra queste bisogna scegliere quelle che hanno un futuro e, quindi, anche un mercato sicuro; che sono quelle che si renderanno sempre più indispensabili mano a mano che gli effetti della crisi ambientale si faranno sentire su tutto il pianeta: impianti per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili (eolico, solare, geotermico, biomasse, idrico, ecc.); soluzioni – meccaniche, elettroniche, costruttive – per promuovere l’efficienza energetica; veicoli da usare in forma in forma condivisa e sistemi di governo della mobilità e del trasporto sostenibili; sistemi di recupero integrale delle risorse (riciclo totale di scarti e rifiuti); progetti, know-how e strumenti per la salvaguardia e la rinaturalizzazione del territorio. Certo, per promuovere una conversione ecologica su larga scala ci vogliono “forze fresche” anche in campo imprenditoriale, perché molti degli attuali manager e imprenditori sono indissolubilmente legati a un modo di fare impresa che non accetta interferenze esterne. Ma queste forze ci sono; bisogna farle emergere: all’interno delle aziende, nell’associazionismo e nell’imprenditoria sociale, nel movimento cooperativo.
Carlo Scalera