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Continueranno a duellare in Tribunale. Si aggiunge un nuovo capitolo alla storia simbolo dell’incapacità di gestione del territorio tutta maddalonese all’ombra della Torre Artus, rudere cadente che di Maddaloni più che simbolo ne è emblema fisico e morale. Una bandiera di quelli che siamo stati e continuiamo ad essere, senza speranza alcuna di cambiamento. Altro che referendum. Da una parte il Comune (condannato per abusivismo edilizio, reo confesso e ostile ad ogni accordo) e dall’altra gli eredi de’Sivo: venerdì 9, l’appuntamento è per la prima udienza dell’«appello incidentale», promosso dall’ente locale per integrare il contraddittorio fornendo una tesi alternativa nel disperato e inspiegabile tentativo di ribaltare la storica per abusivismo edilizio, inflitta all’ente locale dal giudice Robustella del Tribunale si Santa Maria C.V, (articolazione territoriale di Caserta). Non sono bastati 15 anni di contenziosi e una polemica che dura dal 1926. Secondo la magistratura l’«acquedotto abusivo in quota» (costruito dentro la cinta muraria di un monumento nazionale) è abusivo; è stata ordinata l’«immediata rimozione della vasca idrica» con l’aggiunta di «tutte le tubazioni, anche interrate» e del «ripristino dello stato dei luoghi». In più il comune abusivo deve pagare i canoni di locazione non onorati, che il Tribunale di Caserta, con molta clemenza, ha quantificato in 10 mila euro, restringendo l’orizzonte temporale del contenzioso. Cari maddalonesi distratti: dopo 80 anni continuano ad accadere le stesse cose che succedevano quando i vostri nonni, correvano spensierati tra le strade (come si usava durante il primo novecento) o amoreggiavano con quella bella ragazza di vostra nonna. Il Comune (che ha riconosciuto l’abuso) non si rassegna a perdere. Così, arriva il colpo di scena: spunta l’asso nella manica. Secondo l’ente locale il contenzioso non sussiste essendo vigente sull’area dell’acquedotto conteso un «limite di livello di quota» o semplicemente una servitù per ospitare un impianto di pubblica utilità. Quindi nessuno abuso e nessuna occupazione di suolo privato senza titolo. Non si comprende perché, solo ora, l’ente locale si ricorda o scopre il diritto di servitù prediale cioè di utilizzo del bene. Insomma, ha dovuto soccombere davanti al giudice Robustella per scoprire che l’acquedotto non era abusivo. Ammesso che gli archivi comunali non brillano per efficienza e che molti documenti sono andati dispersi, ancora meno si spiega perché l’ente locale voglia espropriare un terreno su cui vanta il diritto di utilizzo incondizionato. Intanto, si annunciano altre puntate:  l’avvocato Pasquale D’Alessio, erede di Annamaria de’Sivo e attuale proprietario della Torre Artus ricorrerà innanzi al Tar contro l’esproprio. E poi chiederà una condanna del comune per lite temeraria. L’area collinare che circonda l’area fortificata è da sempre soggetta a servitù storiche. Solo che la servitù dell’acquedotto non è ancora stata prodotta copia. Il mistero di infittisce: l’net locale da una parte nega i diritti dei de’ Sivo sui 25 mila metri quadrati occupati dall’acquedotto in virtù del limite di quota; dall’altra ha certificato la non esistenza di servitù e la mancanza di titoli per occupare l’area. Una schizofrenia giuridica-amministrativa che potrebbe costare cara in sede di appello. Intanto, a danni si sommano altri danni. l’ente locale cerca di sventare la richiesta di abbattimento dell’acquedotto comunale, in «un’area sottoposta a vincoli e protetta anche da un punto di vista botanico».