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di Luigi Ottobre

Dal potenziale terzo posto in classifica al quinto in pochi secondi: in mezzo una decisione inconcepibile per tutti. Tranne per chi l’ha presa

L’errore dell’addetto al VAR che non suggerisce all’arbitro di rivedere l’azione incriminata al monitor decidendo per tutti; il non buon senso del direttore di gara che pur solo per rasserenare gli animi accesi – come previsto dal regolamento – avrebbe dovuto consultare il famoso monitor. Finché il mezzo tecnologico non esisteva, occorreva accettare le decisioni prese dalle ex “giacchette nere” e sposare la massima secondo cui “anche gli arbitri sono esseri umani, dunque possono sbagliare”. Ma quando per sopperire ai limiti dell’uomo viene introdotto il VAR, il suo mancato impiego fa venir meno il senso stesso della sua esistenza. Questo, unito ad una difformità nel suo uso e nel giudizio di simili situazioni non fa altro che alimentare una cultura del sospetto di cui non sentiamo il bisogno e che l’adozione della tecnologia aveva il compito di cancellare definitivamente.

E invece, dall’inizio del campionato, ogni week end ci ritroviamo a parlare più di errori che di calcio, errori che per quanto ineliminabili sarebbero dovuti essere limitati al massimo. Sembra essere ritornati indietro nel tempo quando la moviola e le polemiche dominavano i dibattiti sportivi post match, facendo capire che ormai anche il calcio non poteva fare più a meno della tecnologia. Attenderemo con ansia le parole che mai arriveranno di Nicchi – presidente dall’Associazione Arbitri Italiana – e di Rizzoli – designatore degli arbitri -, ansiosi di redarguire Mertens tramite ogni mezzo di comunicazione di massa per aver simulato in FiorentinaNapoli ma ancora silenti il giorno dopo lo scippo subito dagli azzurri al San Paolo contro l’Atalanta.

Quanto successo ieri però non ci esula dal compito di analizzare quanto si è visto prima della scelta di Giacomelli di finire protagonista (in negativo) sui quotidiani nazionali

E dunque ciò che salta subito all’occhio è vedere come il Napoli sa ancora trattare il pallone su un campo da calcio. Il primo tempo nel match contro l’Atalanta ha fatto riemergere capacità assopite nell’ultimo mese ma che sono proprie di una squadra che quando vuole sa prevalere sull’avversario. Quarantacinque minuti conditi da un gol, almeno 3 occasioni clamorosamente sprecate e un gioco intenso, teso a togliere gli spazi agli avversari, veloce e di qualità che ha saputo mettere in crisi un’Atalanta che probabilmente mai è stata così in difficoltà in campionato.

Allora la domanda sorge spontanea: se il Napoli sa offrire queste prestazioni – ed è in grado di farlo ormai da anni – perché non riesce a essere costante? Viene da pensare che quando è messo alle corde, quando si trova dinanzi ad un bivio, riesce a tirare fuori il meglio di sé, ricordandosi di avere mezzi tali da sfornare match di livello. Così come viene da pensare che uno dei problemi degli azzurri è l’incapacità inconscia di trovare gli stessi stimoli in gare dalla diversità difficoltà e di mantenere una tensione mentale costante.

Nel secondo tempo il Napoli ha continuato a far meglio dell’Atalanta: un altro gol, altri due sprecati e bergamaschi in netta difficoltà. Purtroppo, pur dando vita ad un’ottima prova di forza, sono emersi alti due dei problemi caratteristici degli uomini di Ancelotti: lo spreco enorme di occasioni da gol – difetto che accompagna gli azzurri dalla scorsa stagione – e il pagare a caro prezzo il minimo errore, come testimoniano le due reti degli ospiti. Prima di Koulibaly si lascia sfuggire Freuler che con la complicità di Meret porta i suoi sull’1-1. Poi Maksimovic sbaglia la tattica del fuorigioco e consente a Ilicic di battere Meret per il 2-2. A ciò si aggiunge la sciocchezza enorme commessa al gol dello sloveno: anziché continuare a giocare e bloccare la ripartenza atalantina, i partenopei si sono persi in proteste dopo il rigore non concesso per il fallo di Kjaer su Llorente. Ma questi ormai sono limiti intrinsechi della squadra da poter sopperire solo con la tanta qualità al servizio della rosa e mantenendo una concentrazione costante, cosa in cui spesso i partenopei peccano.

Il giorno dopo quanto successo al San Paolo deve essere smaltito in fretta: tra due giorni alle 15 c’è la Roma all’Olimpico in un match che ora è uno scontro diretto per il quarto posto che vuol dire qualificazione alla prossima Champions. Assodato che lo scudetto da sogno si è trasformato in chimera, il Napoli quinto in classifica deve guardare a chi lo precede e a chi lo insegue. Ha il dovere di ripartire con la consapevolezza di avere come obiettivo minimo della stagione la qualificazione alla coppa più importante del Vecchio Continente, cosa di molto alla portata dei partenopei, nettamente superiore a chi ora gli sta davanti.

I diritti televisivi proveniente dalla Champions sono, insieme alle plusvalenze, le voci più importanti che consentono alla società di avere un bilancio in attivo, o quantomeno con perdite contenute. È evidente che la mancata qualificazione all’Europa che conta causerebbe un’importante perdita economica; impedirebbe di trattenere alcuni di quei giocatori oggi punti di forza della squadra; potrebbe portare ad un ridimensionamento del progetto tecnico. Questo, nell’anno che avrebbe dovuto portare il Napoli a competere per lo scudetto, sarebbe un fallimento. Ci sono 28 giornate, un intero inverno e un’intera primavera da disputare. Imperativo: ripartire per rilanciarsi.