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di Luigi Ottobre

La vittoria del Napoli contro la Juventus porta anche la firma di Insigne: dopo i contrasti e i fischi con i tifosi, è tornata la pace tra il San Paolo e il suo capitano

Un gol: tanto è bastato per trasformare definitivamente “l’odi in t’amo”. Se poi il tutto accade contro la Juventus ponendo la parole fine ad una sfida che nemmeno la rete di Cristiano Ronaldo ha messo in discussione, allora tutto assume un sapore ancora più speciale, quasi romantico. Ma la ripresa psico-fisica di Lorenzo Insigne s’era già manifestata nei giorni che hanno preceduto la vittoria-rilancio (si spera) sull’ex Comandante Sarri e i suoi nuovi compagni d’arme.

Ancor prima che il resto della squadra si svegliasse dal torpore della prima parte di stagione, quasi come se aspettasse un cenno che solo lui, capitano e simbolo – nel bene e nel male – del Napoli, potesse dare. Perché spesso l’Insigne giocatore altro non è che lo specchio della Napoli calcistica: quando le cose non girano, lui è il bersaglio preferito, il capo espiatorio perfetto; se le cose funzionano la città è pronta a riabbracciarlo e a perdonare quel lato del suo carattere a volte scontroso e stizzoso, figlio delle ferite che i fischi del suo stesso popolo gli provocano.

Ancor prima del gol che mancava su azione dal girone d’andata contro la Fiorentina, Insigne s’era già calato nei panni di quel leader che allo spogliatoio mancava da un po’, provando a trascinare il resto del gruppo che ancora arrancava, mettendosi al servizio della squadra, con dedizione e sacrificio, attaccando e difendendo, indicando ai suoi compagni strada da seguire e atteggiamento da avere. L’ultimo ad arrendersi, nella speranza della sua definitiva consacrazione di guida del Napoli.

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Napoli, i meriti di Gattuso

I meriti però sono anche di Gennaro Gattuso che con coraggio ha raccolto una sfida tutt’ora tutt’altro che semplice. Da Insigne è ripartito, provando a riattaccare i cocci di uno spogliatoio rotto ma non impossibile da riparare. Ha preteso che i suoi uomini si guardassero negli occhi, risolvendo qualsivoglia incomprensione. Perché se c’è una cosa su cui Gattuso ha insistito fin dal primo giorno oltre alla fissa del lavoro sodo teso al continuo miglioramento è il concetto dell’essere squadra. Solo in questo modo la qualità dispersa nei mesi addietro sarebbe potuta riaffiorare.

Senza essere squadra si sarebbe pure potuto lavorare bene in settimana, anche divertendosi come ammesso dallo stesso tecnico azzurro. Ma poi in campo sarebbero venuti meno aspetti cruciali del metodo Gattuso: il sacrificio, il saper soffrire, il veleno che pretende dai suoi uomini. La voglia di protendere tutti insieme verso un’unica meta. Non a caso dopo il faccia a faccia seguito alla sconfitta contro la Fiorentina sono arrivate due vittorie con Lazio e Juventus, con una prestazione anche convincente contro i bianconeri. Che sia la svolta, la scintilla da troppo tempo attesa. E seppure la strada da percorrere è ancora in salita, farla da squadra si fa molta meno fatica.

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