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Quando arrivò al Milan nel 1999 era poco più di un ventenne, eppure gli bastò poco per entrare nel cuore dei tifosi rossoneri. Era una squadra all’alba di quel ciclo vincente che ebbe inizio nel 2002 sotto la guida di Carlo Ancelotti, durante il quale Gennaro Gattuso divenne leader e bandiera del club meneghino facendo incetta di titoli, vincendo ogni tipo di trofeo, Mondiali compresi. Nel mentre, un rapporto che giorno dopo giorno si solidificava tra allenatore e giocatore, divenendo un legame simile a quello che c’è tra fratello maggiore e fratello minore. E per uno strano caso voluto dal fato, quando il rapporto ormai logoro tra Ancelotti e il Napoli non poteva più essere ricucito, a sostituire il plurivincente Carletto è arrivato proprio Gattuso, ancora agli inizi della sua nuova carriera da allenatore ma dalle prospettive promettenti. E di solito, Aurelio De Laurentiis ha fiuto per le scommesse.

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Gattuso è riuscito a fare col Napoli quanto, al contrario, non è riuscito ad Ancelotti. Una disponibilità al sacrificio da parte dei giocatori, un tempo richiesta dallo stesso ex allenatore azzurro ma spesso non ottenuta. E pazienza se il sacrificio ha comportato una trasformazione radicale delle prerogative calcistiche di una squadra abituata da 4 anni a imporre il suo gioco sul campo, anziché subirlo. A mantenere il controllo del pallone, anziché lasciarlo agli altri.

Chi, a volte, non si è mostrato disponibile alle richieste del tecnico, è stato accompagnato gentilmente e temporaneamente alla porta. È successo con Allan prima, con Lozano poi, poche ore prima della finale di Coppa Italia

Del resto Gattuso non fa altro che ripetere come un martello precisi concetti: il rispetto e l’impegno, non tanto nei suoi confronti, quanto nel lavoro di calciatore – considerato dal calabrese un mestiere da privilegiati e fortunati – e nella maglia che s’indossa. E di conseguenza nei confronti di una città e della sua tifoseria. Tant’è che dopo la vittoria della Coppa è arrivato a parlare di senso di appartenenza, quasi che ogni componente dell’ambiente partenopeo dovesse fondersi in un tutt’uno e pensare e ragionare all’unisono. Questo c’è dietro il successo di ieri contro la Juventus.

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Ha anche dimostrato l’umiltà di ammettere gli errori commessi

Come quando ha provato all’inizio a sfruttare le qualità della sua rosa per continuare nel solco del possesso palla e del pressing offensivo, capendo poi di dover fare dietrofront quando le condizioni psicofisiche dei giocatori non consentivano l’applicazione delle sue idee. E allora via al piano B: solidità difensiva, trascurando temporaneamente quella offensiva, da sviluppare tuttavia sempre tramite il possesso e perché no, anche con le ripartenze, ma non solo. Un piano B che sottolinea le abilità di Gattuso allenatore e, dedito com’è al continuo studio del suo ruolo, non può far altro che migliorare. E che oggi, in una stagione che sembrava dovesse concludersi nel peggiore dei modi, ha consentito di aggiungere un titolo in bacheca, di non restare esclusi dalle competizioni europee e la possibilità di giocarsi un altro trofeo, la prossima edizione della Supercoppa italiana.

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In un solo colpo ha superato in fatto di vittorie che contano, il fratello-maestro che avrebbe dovuto garantire la competitività del Napoli sul fronte scudetto. E dell’altro, di maestro, quello a cui anche si ispira, che ha già battuto 2 volte da quando è in azzurro. Prima in campionato, poi ieri in finale di Coppa Italia, per giunta contro la storica rivale Juventus del “traditore” Sarri, divenendo automaticamente già figlio di Napoli.

Ora manca l’ultimo tassello: relegare a piacevole ricordo il triennio di Sarri, il cui gioco partenopeo difficilmente si cancellerà dalla mente di chi l’ha vissuto. Anche se, con la vittoria di ieri è già a buon punto

Per farlo, dovrà rendere nuovamente competitivi gli azzurri in campionato: non basteranno certo le sue idee, servirà una squadra all’altezza. Una squadra che potrebbe privarsi a fine stagione di giocatori che negli ultimi anni sono stati pilastri fondamentali: Callejon, Koulibaly, Allan e forse Fabiàn. E allora dovrà anche essere bravo a convincere De Laurentiis a fare dei sacrifici in tema di mercato. Viste le premesse potrebbe anche riuscirci: il resto Gattuso dovrà farlo sul campo.

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