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Parliamo ora del Don Milani più conosciuto: l’educatore. Certo oggi “Lettera ad una Professoressa” può sembrare datato, la polemica acre e dura contro una scuola classista che mandava avanti i figli dei professionisti e bocciava i poveri e gli umili, ha meno senso. Ma la passione con cui Don Milani strinse intorno a lui quei poveri figli di braccianti e pecorai, l’amore che lo legava a quei deprivati che la scuola “normale” bocciava, lo convinse a crearla lui una scuola. Nella canonica di Barbiana si leggevano i giornali e le riviste, si studiava la storia dal punto di vista dei poveri fanti che morivano come mosche nelle trincee; la geografia non era la vita della gente lontana chilometri e chilometri, non fredda elencazione di prodotti, PIL e capitali; la lingua straniera era pensata per farsi capire sulle questioni di maggiore importanza, non per studiare Marlowe e Goethe. Con un affetto espresso tutto dalla frase “I CARE”, Lorenzo curava le ferite dell’anima e del corpo, conosceva le storie personali di tutti, passava per le campagne a pregare i padri perché facessero andare a scuola i figli. A Barbiana cominciarono ad andare in tanti, giornalisti e preti di frontiera, sindacalisti e politici, scrittori e registi…e tutti se ne tornavano meravigliati per la maturità di quei ragazzi senza storia, che sapevano porre domande imbarazzanti e conoscevano in maniera non convenzionale le discipline scolastiche. La Professoressa delle medie bocciò gli alunni di Don Milani, ma li promosse la vita: in tanti emigrarono al Nord, nei Paesi Europei, e dappertutto si fecero onore: divennero giudici e medici, sindacalisti e capofficina, ed ogni anno tornavano a Barbiana per salutare Don Lorenzo e parlare ai nuovi.
I ragazzi uscivano da Barbiana con un quadro di valori: le discipline non erano nozioni ammuffite, ma strumenti per conquistare il mondo, e la curiosità culturale li spingeva a confrontarsi sempre con il mondo reale, non quello virtuale e classista della scuola del tempo.
CERTO OGGI LETTERA AD UNA PROFESSORESSA…
Don Lorenzo, tu adesso sarai sicuramente in Paradiso, dove in una aula di luce insegni a negretti ricciuti e bambini dagli occhi a mandorla; fai capire a queste saccentone di Dirigenti scolastici che con gli studenti ci vuole empatia, che la vera pedagogia non è quella delle carte che amano tanto, ma quella delle emozioni; fai capire loro che non possono chiudere né il loro cuore né la porta del loro ufficio, che dietro la scrivania della Presidenza devono scrivere I CARE e non IO ME NE FOTTO!
C’è una Dirigente Scolastica che agli inizi di Maggio aveva già inviato 140 circolari: questa gente che si attacca a “Santa Circolare ora pro nobis”, non fa niente per guidare dei giovani verso il loro futuro da protagonisti; forse può formare aridi secchioni dagli occhi a righe di quaderno, ma non giovani aquile che si lanciano alla conquista della vita. Per fare questo, non si può chiudere gli studenti nei quattro contenuti polverosi che la scuola, quella con la lettera minuscola, trasmette. Bisogna aprire ai nostri ragazzi il mondo aldilà delle mura del convento dove la Badessa comanda tutto: bisogna portarli ad incontrarsi e scontrarsi con giudici ed uomini di legge, carabinieri e poliziotti, scrittori famosi ed attori, cantanti di musica popolare, sportivi, uomini e donne di spettacolo. La Scuola vera questo lo deve fare, e nel periodo in cui sono stato Dirigente al Convitto lo ha fatto. Il Dirigente vero deve conoscere storia, vissuti e nomi di tutti i suoi alunni, e deve operare affinchè la scuola sia aperta 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno. Chi intende attaccarsi ad un passato ormai morto, circondandosi di monacelle e pretini, guardi a questo maestro ribelle e coraggioso. Ed arrossisca!